In breve Il doomscrolling è quello scroll lungo e passivo su contenuti che ti agitano, senza riuscire a fermarti. Non è mancanza di autocontrollo: il cervello si aggancia all'incertezza di quello che arriva dopo. I costi si vedono: dormi meno, e il giorno dopo umore e ansia ne risentono. L'intervento più efficace: sposta il caricatore fuori dalla camera da letto.

Le 23.47. Sei a letto da venti minuti. Ti sei detto "dieci minuti e poi spengo". In realtà stai scorrendo dalle 22.55.

Un reel di una ragazza che piange. Scrolli. Un video su una guerra. Scrolli. Un TikTok su una diagnosi che pensi di avere anche tu. Scrolli. Un post su un ex amico che sta facendo carriera. Scrolli. Una notizia su una malattia. Un meme. Un altro video di qualcuno che piange.

Non c'è un contenuto preciso. C'è il flusso. E c'è questa cosa strana: la stanchezza c'è, dormire ti servirebbe, e non stai nemmeno più provando piacere. Eppure il pollice continua. Ogni tanto ti fermi un secondo, pensi "basta", e poi scrolli di nuovo.

All'una e mezza spegni. Il cuore è leggermente accelerato. La testa è piena di roba che non hai chiesto. Dormi male. Domani mattina ti svegli con un umore a terra e non sai bene perché.

Questo pattern, a Brescia come ovunque, è tra i più diffusi a vent'anni. Ha un nome, un meccanismo preciso, costi documentati. E vie di uscita che non passano dallo "spegni il telefono per sempre".

Doomscrolling, in concreto

Scroll lungo, passivo, su roba che ti carica di emozione. E poca presa su quando finisce.

In concreto è questo: contenuti guardati a lungo, senza scegliere davvero, con una forte carica emotiva, spesso negativa, e pochissimo controllo su quanto dura e su dove va a finire.

È una parola recente: si è diffusa durante la pandemia, quando quel modo di stare al telefono è diventato l'esperienza di tutti.

Cosa non è

Doomscrolling non è:

Perché il cervello ci resta intrappolato

Tre meccanismi si combinano, e spiegano perché la forza di volontà, da sola, quasi non funziona.

Il rinforzo variabile. Lo stesso meccanismo che tiene le persone alle slot machine. Ogni volta che scrolli, non sai se il prossimo contenuto sarà interessante, noioso, divertente, terrificante. L'incertezza del premio produce più rilascio di dopamina del premio stesso. Il cervello diventa dipendente dall'anticipazione. Nessuno vince ogni volta, ma nessuno vince mai abbastanza poco da smettere.

Il bias di negatività. Siamo cablati, a livello evolutivo, a dare più peso alle minacce che alle cose neutre. Era utile nella savana: chi ignorava un possibile predatore moriva. Oggi, davanti a un flusso di informazioni, il cervello si aggancia con più forza a quelle minacciose. Le piattaforme, senza nessun complotto, solo per come funzionano gli algoritmi di raccomandazione, amplificano questa naturale preferenza.

L'attivazione sotto soglia. Mentre scrolli, il tuo sistema nervoso non è rilassato. È leggermente attivato: niente di drammatico, solo un allarme sottile continuo. Per il cervello, quel filo di attivazione equivale a "c'è qualcosa di importante da risolvere". Quindi ti tiene sveglio.

A questi tre si aggiungono due fattori specifici dei giovani adulti: il telefono è anche la tua relazione con gli amici (smettere ti taglia fuori), e alle 23 di una giornata stancante hai pochissime risorse cognitive residue.

Quello che ti costa davvero

Il doomscrolling non è un'abitudine estetica. Ha conseguenze concrete.

Sonno peggiore. Stare al telefono su contenuti che ti caricano di emozione, nelle due ore prima di dormire, toglie mezz'ora o un'ora di sonno, e peggiora la qualità di quello che resta.

Umore peggiore il giorno dopo. Il sonno corto e frammentato influenza direttamente la regolazione delle emozioni. Con sette ore di sonno, sei la tua versione ragionevole. Con cinque, sei quella reattiva, irritabile, più ansiosa.

Sintomi di ansia aumentati. Chi scrolla molto tende, nei mesi successivi, a stare più in ansia di prima. Non è solo che l'ansia porta a scrollare: funziona anche nella direzione opposta.

Esposizione a informazioni inaffidabili sulla salute mentale. Uno dei dati più scomodi: di quello che circola su TikTok a proposito di ADHD, quasi la metà non è allineato a quello che dicono i clinici. Cioè: scrolli per "informarti" su te stesso, e ti ritrovi con informazioni che spesso non reggono, e che poi entrano nella tua testa come se fossero vere.

Autodiagnosi che non reggono. Conseguenza del punto precedente. Capita di arrivare da un professionista con un'etichetta presa dai social: "penso di avere ADHD", "sono borderline", "ho il DPTC" (che sta per disturbo post-traumatico complesso, cioè una condizione emotiva seria di chi ha vissuto difficoltà prolungate). A volte quell'intuizione è giusta, ed è un buon punto di partenza. Sessanta secondi di video, però, non bastano a dirlo.

Come si riconosce, oltre la notte

Il doomscrolling non è solo un comportamento notturno. Si riconosce da alcuni pattern più ampi.

Perché a vent'anni è così forte

Il tempo passato davanti a uno schermo, per ragazzi e ragazze, ha superato le otto ore al giorno, e quasi metà di quel tempo se ne va sui social.

A questo si aggiunge il fatto che molte delle relazioni sociali, a questa età, vivono nei telefoni. Gruppi, storie, reaction, dirette. Se riduci il telefono, tagli anche una parte reale della tua vita sociale.

E c'è un punto psicologico specifico: tra i 18 e i 25 il cervello è ancora in maturazione nelle regioni prefrontali, quelle che presiedono alla pianificazione e al controllo degli impulsi. Non è una giustificazione: sei pienamente capace di scegliere. Ma spiega perché, a parità di sforzo, dire di no a un impulso immediato è in questi anni sensibilmente più faticoso di quanto lo sarà a 35.

«Non riesco a smettere di scrollare»: piccoli passi, da stasera

Non "smettere con i social". Cambiare il rapporto con lo schermo in punti specifici e concreti. Le strategie che seguono sono tra quelle che la letteratura su abitudini digitali e sonno descrive come più solide.

Sposta il caricatore fuori dalla camera da letto. È l'intervento che funziona meglio di tutti, e non chiede forza di volontà. Se il telefono dorme in camera, il doomscrolling notturno è a portata di braccio. Se dorme fuori, serve alzarsi. E quasi sempre, a quel punto, non ti alzi. Per la sveglia, compra una sveglia vera.

Trenta minuti di tregua prima del letto. Non un'ora, non "la sera", non "mai più". Trenta minuti. Dall'addormentamento a ritroso. In quei trenta minuti niente telefono, niente schermo. Qualunque altra cosa: libro, podcast audio, doccia, scrittura, silenzio.

Cura l'algoritmo. Spendi venti minuti, una volta, a ripulire quello che ti arriva. Su TikTok, usa il "non interessato" su ogni video che ti ha fatto stare peggio oggi. Su Instagram, silenzia gli account che oggettivamente ti tolgono energia. Anche quelli di persone che conosci, anche di amici. Il feed cambia. L'algoritmo non è neutro: è una funzione di quello che gli dai da mangiare.

Sostituisci, non sottrai. Se dici al cervello "non scrollare" senza dargli un'alternativa, perdi. Se dici "quando ho voglia di scrollare, prendo il libro sul comodino e leggo una pagina", funziona molto meglio. Il cervello accetta volentieri una sostituzione; meno volentieri un divieto.

Aggiungi frizione, piccola e costante. Cancella l'app del social che ti succhia di più: no, non eliminare l'account, cancella l'app. Tienilo solo da browser, senza login salvato. Aggiungi 10 secondi di fatica a ogni accesso. In quei 10 secondi, spesso, decidi di non entrare.

Nomina quello che ti sta succedendo. Se alle 23.45 ti accorgi di stare scrollando da venti minuti, invece di prendertela con te, nomina: "sto facendo doomscrolling, il mio cervello cerca stimolo perché è a fine giornata". Il riconoscimento attiva le regioni cerebrali della regolazione.

Quando chiedere aiuto

Il doomscrolling moderato non richiede un professionista. È una questione di igiene digitale.

Ha senso parlarne con qualcuno in alcune situazioni.

Domande frequenti

Cos'è il doomscrolling?

Un modo preciso di stare al telefono: a lungo, passivamente, su contenuti a forte carica emotiva, spesso negativi, con poco controllo su quanto dura e su dove va a finire. Non è "poco autocontrollo": è un meccanismo spiegabile che unisce rinforzo variabile, bias di negatività e attivazione cognitiva sotto soglia.

Come smetto di scrollare la notte?

L'intervento che funziona meglio è spostare il caricatore fuori dalla camera. Poi: trenta minuti senza schermo prima di dormire, ripulire l'algoritmo dai contenuti che ti fanno stare peggio, sostituire lo scroll con un'alternativa a portata di mano. Non serve "smettere con i social", serve ridisegnare l'ambiente.

Le informazioni sulla salute mentale su TikTok sono affidabili?

Spesso no. Di quello che circola su TikTok a proposito di ADHD, quasi la metà non è allineato a quello che dicono i clinici. Scrollare per "informarsi" su di sé espone a informazioni spesso scorrette, che entrano nella tua testa come se fossero vere.

Il doomscrolling fa davvero male al sonno?

Sì, e il meccanismo non è principalmente la "luce blu". È che il contenuto emotivo dello scroll alimenta il cervello di materiale da elaborare proprio nei minuti prima del sonno. Stare a lungo al telefono nelle due ore prima di dormire toglie sonno e peggiora la qualità di quello che resta.

Non riesco a staccarmi dal cellulare: è una dipendenza?

Il criterio è cosa succede quando non ce l'hai. Se lo scroll è diventato il modo principale di gestire noia, ansia o tristezza, e senza telefono stai sensibilmente peggio, oppure hai provato più volte a cambiare e non ha retto più di qualche giorno, ha senso parlarne con qualcuno. Per un primo punto di partenza c'è il test sul rapporto con lo smartphone: 6 domande, 1 minuto, le risposte restano sul tuo dispositivo. Un punteggio non è una diagnosi.

Passo troppo tempo al telefono: quanto è troppo?

Il numero di ore dice meno di come ti senti dopo. I segnali che contano sono altri: la mano che va al telefono in ogni minuto vuoto senza che tu l'abbia deciso, lo scroll mentre stai già guardando qualcos'altro, e sentirti peggio, non meglio, dopo una giornata così. Se ti riconosci, l'intervento che funziona meglio non chiede forza di volontà: il caricatore fuori dalla camera.

A Brescia, a Mindloft

Il doomscrolling e i quadri collegati (ansia, insonnia, autodiagnosi da social) sono tra i temi che la letteratura descrive come più frequenti nel lavoro con i giovani adulti. Non si affrontano con il divieto, ma ridisegnando ambiente digitale e igiene del sonno, e spesso lavorando sul quadro più ampio che alimenta lo scroll: ansia di base, umore basso, solitudine. A Brescia, da novembre 2026, Mindloft apre come centro Under 25, con un'équipe multidisciplinare e percorsi dedicati.


Se ti ritrovi in quelle 23.47, e sei qui a leggere perché stavi scrollando, a Mindloft possiamo parlarne. Lo scroll è spesso un sintomo di qualcos'altro: guardare quell'altra cosa, invece che solo il sintomo, è dove inizia il lavoro utile.

Articolo a cura della redazione Mindloft.

Fonti: Sharma, B., Lee, S.S. & Johnson, B.K. (2022), "The Dark at the End of the Tunnel: Doomscrolling on Social Media Newsfeeds", Technology, Mind, and Behavior 3(1):144-156 · Gradisar, M. et al. (2013), "The Sleep and Technology Use of Americans", Journal of Clinical Sleep Medicine 9(12):1291-1299 · Mark, G. (2023), Attention Span, Hanover Square Press · Common Sense Media (2022), The Common Sense Census: Media Use by Tweens and Teens, 2021 — misura 8-18 anni · Karasavva, V. et al. (2025), "A double-edged hashtag: Evaluation of #ADHD-related TikTok content", PLOS ONE 20(3):e0319335.

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