In breve La solitudine non è isolamento. L'isolamento è oggettivo: quanti contatti hai. La solitudine è soggettiva: il divario tra le connessioni che hai e quelle che vorresti. Si può essere sempre connessi e sentirsi soli. Tra i giovani adulti è ai massimi registrati: quasi due su tre riferiscono livelli seri di solitudine. Si affronta con conversazioni vere, gruppi stabili, meno scroll passivo. E, quando persiste, con un percorso clinico.

Sei a una festa. Hai gente intorno. Stai ridendo a una battuta. Per un secondo guardi la scena dall'esterno, come se non ci fossi dentro, e pensi: qui non c'è nessuno.

Torni a casa. Hai messaggi non letti in tre gruppi, un paio di chat personali, mezzo Instagram da aggiornare. Le apri tutte, rispondi a tre, non rispondi ad altrettante. All'una di notte ti giri nel letto e ti torna la stessa sensazione di prima: non c'è nessuno.

Non è isolamento. Hai amici. Hai una famiglia. Hai persone che ti vogliono bene. Questo rende la sensazione più confusa. Ti dici che non dovresti sentirti così. Che "è un'idea". Che forse stai esagerando. Però, la sera, quella distanza torna. E non se ne va solo perché razionalmente sai di avere gente intorno.

Quello che stai vivendo è un'esperienza precisa, studiata, con un nome. A Brescia come in qualunque altra città italiana, a vent'anni, è uno dei quadri più comuni, e più silenziosi.

Solitudine e isolamento non sono la stessa cosa

La ricerca distingue due cose molto diverse.

Isolamento sociale: oggettivo, misurabile dal numero e dalla qualità dei contatti. Si può rilevare contando.

Solitudine: soggettivo, misurabile solo da te, definito come la distanza tra le connessioni che hai e quelle che sentiresti di voler avere. Si può essere isolati e non sentirsi soli. Si può essere molto connessi, e sentirsi costantemente soli.

Quello che la ricerca mostra da vent'anni, e che gli ultimi dati hanno reso più netto, è che la solitudine nei giovani adulti è oggi a livelli che in nessun'altra epoca sono stati documentati.

Cosa non è

Solitudine non è:

È una specifica sensazione: il divario tra come vorresti essere visto, capito, conosciuto, e come ti senti effettivamente visto, capito, conosciuto. Il divario può essere largo anche in una vita piena di persone.

«Mi sento solo anche in mezzo alla gente»: come si riconosce

Non serve contarle. Se molte di queste righe ti sembrano scritte per te, e ti sembrano così da mesi e non da una settimana storta, la domanda smette di essere "che periodo è questo" e diventa con chi puoi parlarne.

Il dato che conviene sapere

Per decenni la solitudine è stata pensata come un problema degli anziani. Gli anni 2020 hanno cambiato il quadro. Le indagini più recenti mostrano un'inversione: la fascia d'età con i livelli più alti di solitudine dichiarata è quella dei giovani adulti.

Nelle rilevazioni internazionali più recenti, quasi due giovani su tre tra i 18 e i 25 riferiscono livelli seri di solitudine.

In Italia i dati sono più frammentati, ma coerenti. Le rilevazioni disponibili descrivono livelli di solitudine elevati nella fascia 15-24, con un ulteriore salto dopo la pandemia. A Brescia, città universitaria con una forte componente fuori sede, il tema è particolarmente acceso.

Che cosa la rende così comune adesso

Cambi di ambiente frequenti. A vent'anni molti di noi attraversano almeno una di queste: cambio di scuola, di città, di università, di casa, di gruppo di amici, di relazione. Ogni cambiamento richiede tempo per ricostruire relazioni profonde: tempo che spesso non è dato.

Le connessioni "digitali" hanno sostituito quelle di prossimità. Oggi la maggior parte dei messaggi che mandi e ricevi passano da uno schermo. Le connessioni online possono essere reali, non sono "meno vere". Ma alcune componenti della connessione umana (contatto fisico non sessuale, sincronizzazione non verbale, presenza silenziosa) non si replicano. Se la tua dieta relazionale è composta al 90% da messaggistica, è una dieta sbilanciata.

La performance sociale è aumentata. Instagram, LinkedIn, TikTok sono vetrine. Anche nelle chat private c'è una soglia crescente di cura estetica: la foto giusta, il tono divertente, il vocale spiritoso. Quello che passa tra le persone oggi è più curato. E meno onesto. La connessione vera richiede di farsi vedere un po' sgualciti. E se tutta l'architettura sociale premia chi si presenta lucido, la parte sgualcita resta sotto.

La pandemia ha lasciato tracce su una generazione precisa. Chi oggi ha tra i 18 e i 25 era tra i 12 e i 19 durante il 2020-2021. Anni chiave per la formazione delle relazioni di amicizia adulte. Su quegli anni la ricerca descrive, in una quota non piccola, competenze sociali rimaste indietro. Si ricostruiscono, ma non da sole.

Il lavoro di costruzione delle amicizie adulte nessuno te lo ha insegnato. A dieci anni, le amicizie si formavano in automatico: scuola, cortile, quartiere. A venti, fare nuove amicizie richiede un'intenzionalità attiva: iscriversi a cose, presentarsi, proporsi, accettare inviti. È un muscolo. Se non l'hai mai allenato, è atrofizzato. Non è colpa tua, ma è un lavoro tuo.

I costi misurati

La solitudine non è solo un'esperienza spiacevole: si vede addosso. Quando è alta e va avanti nel tempo, si accompagna spesso a:

Cosa puoi iniziare a fare stasera

Nessuna formula magica. Cinque mosse concrete.

Guarda quello che hai. Diversamente. Spesso la solitudine non è assenza di persone, è sottoutilizzo delle persone che ci sono. Prendi la tua rubrica o la lista chat. Segna 5 nomi di persone con cui non parli da più di due mesi e con cui, al di là di tutto, stai bene. Mandane uno oggi: un messaggio semplice, senza grandi introduzioni. "Ciao, mi sei venuto in mente. Come stai?".

Cerca una conversazione di qualità ogni settimana. Un'ora vera con una persona. Non al bar di gruppo, non in chat, non sui social. Una camminata, una chiamata lunga, un caffè a due. Il tuo sistema, dopo una conversazione così, sta diversamente per giorni. Quante conversazioni di sostanza hai conta più del numero totale di interazioni.

Iscriviti a qualcosa con una cadenza fissa. Gruppo sportivo, coro, volontariato, scacchi, rugby, corso, qualsiasi cosa. La condizione è una sola: deve avere un'appartenenza ripetuta, lo stesso gruppo, lo stesso giorno della settimana. Le amicizie adulte nascono per esposizione ripetuta a gruppi stabili, più che per eventi singoli. A Brescia e provincia le realtà con un appuntamento settimanale fisso ci sono, e sono parecchie. La parte faticosa non è trovarle: è presentarsi la seconda volta.

Riduci lo scroll passivo, aumenta la comunicazione attiva. Nel tempo che spenderesti a scrollare contenuti, manda tre messaggi, anche brevi, a tre persone diverse. Non post pubblici: messaggi diretti.

Chiama un familiare con cui ti senti al sicuro. Non un obbligo settimanale di WhatsApp con un parente di cui non sai che dire. Una persona specifica, se c'è, con cui sai che la conversazione ti farà stare meglio.

Quando chiedere aiuto

La solitudine moderata e transitoria è comune e si affronta con consapevolezza ed esercizio relazionale.

Ha senso parlarne con un professionista in alcune situazioni.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra solitudine e isolamento?

L'isolamento è oggettivo: pochi contatti reali, misurabili in numero. La solitudine è soggettiva: è il divario che senti tra le connessioni che hai e quelle che vorresti. Si può essere molto connessi e soli.

I giovani sono davvero più soli degli anziani?

Sì, nei dati recenti. Le indagini degli ultimi anni mostrano un'inversione: la fascia d'età con i livelli più alti di solitudine dichiarata è quella dei giovani adulti, non gli anziani. I dati italiani sono frammentari ma coerenti con il trend internazionale.

Come si esce dalla solitudine?

Non con più gente, ma con gente diversa, o con la stessa gente in modo diverso. Funzionano conversazioni di qualità settimanali (una per settimana, un'ora), iscrizione a gruppi con cadenza fissa (sport, corsi, volontariato), riduzione dello scroll passivo, messaggi attivi a persone specifiche invece di post pubblici.

La solitudine fa male alla salute?

Sì, in modo misurabile. Livelli alti e persistenti di solitudine si associano a più sintomi ansiosi e depressivi, sonno peggiore e un livello costante di stress fisiologico. Non è una condanna: è una ragione in più per non lasciarla lì.

Mi sento solo e non ho amici: da dove si riparte?

Non dal numero. Le amicizie adulte nascono per esposizione ripetuta a gruppi stabili, non da una serata: un corso, una squadra, un turno di volontariato, dove torni ogni settimana. Ci vuole il passo giusto, e va bene così. Se invece il problema non è la mancanza di persone ma la distanza che senti anche con quelle che hai, è un'altra cosa, ed è quella di cui parla questo articolo.

A Brescia, a Mindloft

Brescia è anche una città di arrivo: molti studenti e giovani lavoratori vi si trasferiscono. La solitudine del fuori sede, del cambio di contesto, del primo anno fuori casa è una delle cose che, nella letteratura sui giovani adulti, torna più spesso. Mindloft apre a Brescia a novembre 2026, con uno spazio pensato anche come community (i Loft Connections). La dimensione del gruppo di pari è parte del modello clinico, non accessorio.

A Brescia il network associativo offre supporti complementari: CoLab Torre Cimabue per i gruppi peer giovani, Fraternità Giovani per l'accompagnamento educativo, oratori e scout AGESCI per i contesti relazionali strutturati. Mindloft lavora in continuità con questi spazi, non in alternativa.


Se la solitudine che senti è più fissa e più vecchia di quanto pensavi, a Mindloft possiamo parlarne. La solitudine non si risolve "facendo amicizia". Si risolve capendola. Poi, di nuovo, facendo amicizia, con il passo giusto.

Articolo a cura della redazione Mindloft.

Fonti: Hawkley, L.C. & Cacioppo, J.T. (2010), "Loneliness Matters", Annals of Behavioral Medicine 40(2):218-227 · Weissbourd, R. et al. (2021), Loneliness in America, Making Caring Common Project, Harvard — campione online non probabilistico, n=935 · Holt-Lunstad, J. et al. (2015), "Loneliness and Social Isolation as Risk Factors for Mortality", Perspectives on Psychological Science 10(2):227-237 · Milek, A. et al. (2018), "'Eavesdropping on Happiness' Revisited", Psychological Science 29(9):1451-1462.

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