In breve Le giornate ti sembrano piatte, tiepide, come se qualcosa si fosse spento. Non è depressione: questo stato ha un nome, si chiama languishing. Non è un disturbo, è un terreno, e quando resta così a lungo conviene guardarlo. Si attraversa con attività che ti assorbono, relazioni di qualità, meno scroll passivo, e se non si muove con un percorso che lavora sul significato.
Il tuo medico, se lo andassi a trovare, ti direbbe che stai bene. Niente febbre, niente sintomi, analisi a posto.
I tuoi amici, se ti chiedono come va, dicono anche loro che stai bene. Non è mentire. È che non sai cosa dire di diverso.
Eppure. Ti svegli e non c'è quello slancio che una volta c'era. Fai le cose che devi (l'università, il lavoro, le persone), ma le fai come dall'esterno. Mangi e non te ne accorgi. Guardi un film e a metà non ricordi l'inizio. Passi un sabato sera con gli amici e tornando a casa ti sembra di non aver sentito niente. Non eri triste. Non eri felice. Eri lì.
Questo stato ha un nome, e non è depressione. Sono due cose diverse, e da dentro non sempre si distinguono: la depressione porta con sé una pesantezza, una tristezza, un dolore. Qui invece è tiepido. È piatto. È una specie di grigio in cui ti sembra di vivere da mesi, forse da un anno, forse di più.
A Brescia come in qualunque altra città, a vent'anni è un'esperienza più diffusa di quanto si racconti. Ha un nome, e ha delle vie di uscita.
Cosa è il languishing, e perché ha un nome
La parola non ce la siamo inventata noi: languishing, languire, viene dal lavoro di Corey Keyes. Serviva a dire una cosa semplice: la salute mentale non è un interruttore, o malati o sani. C'è tutta una fascia in mezzo, dove la malattia non c'è ma il benessere nemmeno.
Languire è esattamente quella fascia: l'assenza del benessere, non la presenza della malattia. Non sei giù nella scala della patologia. Sei in sospensione, appena sopra lo zero.
Dopo la pandemia quella parola ha girato molto, perché descriveva bene quello che in tanti stavano provando senza saperlo dire.
Cosa non è
Languire non è depressione: sono due cose diverse, e la parola serve proprio a nominare quella che finora non aveva nome.
La depressione è un quadro clinico, con criteri precisi, e a riconoscerla è una persona formata a farlo. Nessun elenco letto su una pagina serve a escluderla: che il sonno regga, che l'appetito sia quello di sempre, che tu vada a lezione e risponda ai messaggi, non è una prova di niente. Riconoscersi qui non è diagnosticarsi, e non riconoscersi non è essere a posto.
Nel languire trovi: una stanchezza di fondo che non è corporea. Una ridotta capacità di emozionarti, anche in positivo. Una difficoltà a sentire che le cose "contano davvero". Non riesci a concentrarti a lungo. Il tempo scorre senza che tu te ne accorga. Funzioni: vai a lezione, studi, lavori, rispondi ai messaggi. Ma quel senso di esserci davvero, mentre lo fai, non c'è.
Languire non è nemmeno pigrizia. Non stai facendo meno perché non vuoi. Stai facendo tutto con meno contatto con quello che senti. È diverso.
«Mi sento vuoto dentro, ma non sto male»: come si riconosce
Qui sotto trovi le forme in cui il languire si presenta. Non è un test, e non c'è una cifra oltre la quale scatta qualcosa. Quello che pesa è da quanto tempo ti ci ritrovi: se è questione di mesi e non di giorni, vale la pena parlarne con qualcuno.
- Le giornate ti sembrano tutte uguali. Anche le cose che una volta facevano differenza non spostano più l'ago: un concerto, una chiamata con un amico, un buon voto.
- Hai difficoltà a ricordare come stavi sei mesi fa. Non perché è stato brutto, ma perché non c'è contorno.
- Ti manca "la voglia". Non per una cosa specifica. Per tutte.
- Pensi spesso di dover "ripartire". Ma non sai da dove, e intanto un altro mese passa.
- Scrolli a lungo. Non perché ti diverti (anzi, dopo ti senti peggio), ma perché è l'unica cosa a cui il cervello risponde.
- Quando qualcuno ti chiede "cosa vuoi fare nella vita?", senti un fastidio che non sapresti spiegare.
- Dici spesso "boh": agli amici, e prima ancora a te.
- Non piangi. Non ridi forte. Stai in una via di mezzo costante.
- Fatichi a iniziare cose nuove. Quando inizi, le molli presto.
- Senti, lontano, come un'ansia sommessa di stare sprecando un tempo che non tornerà.
Perché succede
Le cause sono diverse e quasi sempre concomitanti.
Stress cronico di basso livello. Non un trauma. Non un evento. Mesi e mesi di tensione sotto la soglia della consapevolezza: studio, lavoro precario, convivenze difficili, ansia economica, sovraccarico informativo. Il sistema nervoso, davanti a uno stress basso ma costante, dopo un certo tempo "spegne il colore" per proteggersi. È un risparmio energetico. Tu lo vivi come vuoto.
Mancanza di significato percepito. Il senso di quello che si sta facendo è una delle cose che più tengono su, a questa età. Quando vivi molte ore della giornata facendo cose di cui non vedi il senso, il sistema emotivo si raffredda. Un corso che non ti appassiona più, un lavoro preso "intanto", una routine imposta.
Isolamento sottile. Non è mancanza di gente intorno: vedi persone, hai amici, magari hai una relazione. Ma la qualità delle connessioni si è abbassata. Conversazioni veloci, messaggi sui gruppi, zero momenti di vera intimità relazionale. Le connessioni "di superficie" non nutrono il bisogno di appartenenza, anche quando sono tante.
Tempo schermo alto. Le ore passate ogni giorno davanti a uno schermo, a vent'anni sono ormai più di otto. Gran parte di quel tempo è passivo: consumo di contenuti, non creazione, non scambio. Il cervello, se riceve stimolo continuo e a bassa intensità emotiva, abbassa la sua capacità di reagire a stimoli più profondi. Il piacere si appiattisce.
Post-crisi collettive. Chi ha vent'anni oggi ha vissuto, negli anni formativi, una pandemia, una crisi climatica raccontata come imminente, una guerra vicina. Non è la prima volta che accade: anche dopo altre grandi crisi collettive il languire è comparso in intere generazioni cresciute dentro un clima di incertezza.
Perché conviene guardarlo adesso
Non è un quadro "leggero" solo perché non è depressione. Quando il languire dura a lungo, cresce la probabilità che negli anni si trasformi in qualcosa di più marcato, una depressione vera e propria.
Non è un allarme. È un'informazione utile. Il languire non è pericoloso in sé, ma è un terreno. Se resta così per tanto tempo, aumenta la probabilità che qualcosa di più marcato si installi. Per questo ha senso guardarlo quando emerge, non aspettare.
Perché a vent'anni è così frequente
A quest'età la costruzione dell'identità si basa in parte su sentire che le cose contano. Se invece senti tutto tiepido, non riesci a orientarti: non sai davvero cosa ti piace, cosa sceglieresti di fare, con chi vorresti stare. Le scelte vengono rimandate. Il senso di "sto buttando del tempo" cresce.
In più, il modello culturale dominante racconta che questi dovrebbero essere gli anni migliori della tua vita. Post dopo post, film dopo film, ti viene detto che ora, proprio ora, dovrebbe essere tutto entusiasmo, ispirazione, pienezza. Quando la tua esperienza reale è tiepida e piatta, il confronto con questo racconto aggiunge un secondo strato: non solo stai languendo, ma ti sembra pure che ci sia qualcosa di sbagliato in te, visto che non sei al settimo cielo come "dovresti".
Cosa puoi iniziare a cambiare stasera
Il languire non si attraversa come la depressione. Non è "più grave" e non è "meno grave". È diverso. Le strategie che seguono sono quelle che, su questo stato, si sono rivelate più utili.
Vai a cercare piccoli stati di flusso. Il flusso è quello stato in cui una cosa ti assorbe del tutto, il tempo passa senza che te ne accorgi, stai usando una capacità che hai. Disegnare, suonare, cucinare, scalare, correre, costruire: qualunque attività che per te attiva concentrazione piacevole. Il languire si combatte meglio con micro-dosi di flusso quotidiane che con grandi esperienze rare.
Cerca una connessione di qualità, non di quantità. Una conversazione vera di un'ora con una persona di cui ti fidi pesa di più, per il tuo sistema, di dieci serate di gruppo. Nelle prossime due settimane, prova a pianificare un momento di questo tipo. Una chiamata lunga, una cena a due, una camminata con un amico vecchio. Non uscire di gruppo per farlo. Cerca specificamente la qualità.
Dai un po' di fisicità al tempo. Nel languire, il tempo è spesso indistinto: le settimane scorrono uguali. Una delle pratiche che funziona è dare contenitori al tempo. Un corso settimanale fisso (non uno online, uno con persone), un gruppo sportivo, un volontariato una volta alla settimana. A Brescia le occasioni fisse ci sono: cori, corsi serali, squadre amatoriali, gruppi che si vedono sempre lo stesso giorno. Non serve trovare quella giusta al primo colpo. Serve che ci sia un giorno della settimana che si distingue dagli altri.
Rivaluta le ore passive sullo schermo. Non si tratta di "smettere con i social" per sempre, che non funziona. Si tratta di mettere un limite: quante ore al giorno di consumo passivo vuoi spendere? Se oggi sei a tre o quattro, prova a portarle a due per una settimana e osservare cosa cambia. Non cambia tutto. Ma spesso cambia qualcosa nel tono generale del giorno.
Nomina quello che senti. Chiamare languire quello che stai vivendo, invece di dirti "sto solo stressato" o "mi sto immaginando le cose", cambia il livello di lucidità. Mettere in parole quello che senti abbassa un po' l'intensità con cui lo senti: è un sollievo piccolo, ma reale.
Quando chiedere aiuto
Il languire leggero è comune e affrontabile con i propri mezzi.
Ha senso parlarne con un professionista in alcune situazioni.
- Se va avanti da mesi e non si sposta, anche quando provi a cambiare qualcosa.
- Se hai iniziato a ritirarti, senza una ragione chiara, da cose che prima facevi: amicizie, attività, relazioni.
- Se al vuoto si stanno aggiungendo sintomi più specifici: una tristezza che non passa, difficoltà di sonno persistente, perdita o aumento di appetito significativo, pensieri ricorrenti di non valere, pensieri su morte o sparire. Quando il languire slitta verso una cornice depressiva, la cornice è diversa, e conviene saperlo.
- Se ti accorgi che stai usando alcol, cibo, schermi, scrolling in quantità che riconosci come un modo per "sentire qualcosa".
- Se un anno di cui non ricordi nulla è diventato due, e tu percepisci il costo.
Se i pensieri sono sul non esserci più, c'è qualcuno da chiamare adesso
Non serve essere in emergenza per chiamare. Serve solo che il pensiero ci sia.
- Telefono Amico Italia — 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
- Samaritans Onlus — 800 86 00 22, tutti i giorni dalle 13 alle 22.
- Telefono Azzurro — 19696, 24 ore su 24, gratuito, se hai meno di 18 anni.
- 112 o il Pronto Soccorso, se il pericolo è immediato.
Per il languire la letteratura descrive percorsi focalizzati sulla costruzione di significato, sul flusso, sulle relazioni. Il lavoro parte da lì: da cosa ti assorbe, da chi hai intorno, da come è fatta la tua settimana.
Domande frequenti
Il languishing è depressione?
No. Nella depressione c'è un peso che si sente: tristezza che non passa, perdita di piacere, sintomi che durano e ostacolano le giornate. Nel languire non c'è peso, c'è assenza di slancio. Sono due cose diverse, e si affrontano in modo diverso.
Come esco dal languishing?
Non con un cambio di vita. Con cose piccole e ripetute: un'attività che ti assorbe davvero, una conversazione lunga con qualcuno di cui ti fidi, un impegno fisso in settimana, meno ore di scroll passivo. Se dopo mesi non si muove niente, vale la pena parlarne con un professionista.
Quando chiedere aiuto per il languishing?
Non serve aspettare che diventi qualcosa di più definito. Il momento buono è quando te ne accorgi e vedi che non si sposta da solo: se il tiepido va avanti da mesi e le cose che prima ti tiravano su non funzionano più, parlarne è già un passo utile.
È normale sentirsi così nei vent'anni?
È più frequente di quanto si racconti. A quest'età si sta ancora capendo cosa conta davvero, e sentire tutto tiepido rende difficile scegliere. Frequente però non vuol dire inevitabile: è uno stato che si attraversa.
Non ho voglia di fare niente, solo dormire: è languishing o depressione?
Dipende da cosa c'è sotto. Nel languishing non c'è peso, c'è assenza di slancio: le giornate passano piatte, e dormire è il rifugio comodo. Nella depressione il peso si sente: tristezza che non passa, piacere che sparisce, sonno e appetito che cambiano, per settimane e non per giorni. Dove passi il confine lo dice un professionista, non un conteggio.
Mi sento vuoto e inutile: è la stessa cosa?
No. «Vuoto» è il languishing: la giornata piatta. «Inutile» è un giudizio su di te, e quando torna spesso è più vicino all'autocritica o a un umore basso che al languishing. Vale la pena distinguerli, perché si lavorano in modo diverso.
A Brescia, a Mindloft
A Brescia, da novembre 2026, Mindloft apre come centro dedicato agli Under 25. Lavoriamo anche sui quadri che non sono "diagnosi piena": il languishing è tra questi. Sono i casi in cui un lavoro clinico breve, focalizzato su significato, flusso, relazioni e regolazione del tempo schermo, ha senso, con un'équipe multidisciplinare che si confronta sul tuo percorso. Si parte da un colloquio conoscitivo, online o al loft.
Se quello che hai letto ti ha fatto pensare "è da un po' che stavo cercando come si chiama questa cosa", a Mindloft possiamo parlarne. Anche quando non c'è un nome clinico definito, c'è un lavoro possibile.
Articolo a cura della redazione Mindloft.
Fonti: Keyes, C.L.M. (2002), "The Mental Health Continuum: From Languishing to Flourishing in Life", Journal of Health and Social Behavior 43(2):207-222 — n=3.032, adulti 25-74 anni · Keyes, C.L.M., Dhingra, S.S. & Simoes, E.J. (2010), American Journal of Public Health 100(12):2366-2371 · Steger, M.F., Frazier, P., Oishi, S. & Kaler, M. (2006), "The Meaning in Life Questionnaire", Journal of Counseling Psychology 53(1):80-93 · Csikszentmihalyi, M. (1990), Flow, Harper & Row.
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