Se stai vivendo un momento di crisi adesso, scorri in fondo all'articolo: i numeri di aiuto sono lì. Puoi chiamare Telefono Amico (02 2327 2327) o Telefono Azzurro (19696) per ascolto anonimo, oppure 112/118 per l'emergenza.

In breve Farsi del male non è un tentativo di suicidio: per quasi tutte le persone che lo vivono è l'opposto, un modo per restare a galla quando il dolore emotivo diventa insopportabile. Non è follia e non è per attirare attenzione: la maggior parte lo nasconde. Riguarda circa un giovane su sei, tra adolescenti e giovani adulti. Si affronta con percorsi psicoterapeutici dedicati e, quando serve, con un supporto farmacologico: il primo passo non è smettere, è dirlo a qualcuno.

Se stai leggendo, forse stai leggendo di te. O di qualcuno che ami. In entrambi i casi: quello che senti è reale.

L'autolesionismo non è follia. Non è un capriccio. È il tuo cervello che cerca una via d'uscita da un dolore che non sa come gestire. E ce ne sono altre.


Non è un tentativo di suicidio

Sembrano la stessa cosa. Non lo sono.

Suicidarsi significa non volere vivere. Autolesionarsi significa volere vivere, ma in un modo diverso. Non sopporti il dolore emotivo, allora lo converti in dolore fisico che sai controllare. È il contrario della morte. È un modo di sopravvivere.

Autolesionismo e comportamento suicidario sono due cose distinte: l'intenzione è diversa, e chi si fa del male quasi sempre non vuole morire. Ma distinti non vuol dire scollegati: chi si autolesiona ha un rischio più alto di arrivare, più avanti, a un tentativo di suicidio. È il motivo per cui non è una cosa da lasciare correre.


Non è per attirare attenzione

La maggior parte nasconde. Vestiti lunghi d'estate. Cicatrici coperte. Il silenzio come armatura.

Se il tuo primo istinto è pensare "lo fa solo per attirare attenzione", chiediti: perché, se cercasse attenzione, si nasconderebbe così bene?

Forse perché la vergogna è più grande dell'aiuto. Forse perché nominarlo è ancora più difficile che farlo.

E se anche una parte fosse un modo per farsi vedere, quello non toglie niente alla sofferenza: chiedere di essere visti è una richiesta legittima, e merita una risposta vera.


Cosa sta facendo il tuo cervello

Quando il dolore emotivo è insopportabile, quando l'ansia schiaccia, quando la rabbia brucia, quando la tristezza paralizza, il cervello ha solo una strada.

Converte tutto in dolore fisico.

Ecco perché.

Il sistema nervoso impara.

Quando ti ferisci, il corpo rilascia oppioidi naturali. Gli stessi che produce nei momenti di pericolo. Creano sollievo. A volte euforia. È completamente diverso da quello che senti nella depressione o nell'ansia.

Il tuo cervello lo impara. E torna.

La corteccia prefrontale non è ancora finita.

Fino ai 25 anni circa, la parte del cervello che controlla le emozioni forti è ancora in costruzione. Quando le emozioni diventano troppo intense, non hai gli strumenti per gestirle. Allora il corpo cerca un reset.

Non è debolezza. È neurobiologia.

Il sentirsi staccato ha bisogno di un'ancora.

Molti che si autolesionano descrivono uno stato distaccato. Come se guardassero da fuori il loro corpo. L'autolesionismo riporta dentro. Ti fa sentire di nuovo ancorato a qualcosa di concreto.

Non è un gesto senza senso. È il cervello che cerca di tornare al reale.


Se sei tu

Riconosci ogni parola che hai letto.

Attenzione a una cosa, però. Riconoscersi in una descrizione non vuol dire avere un'etichetta clinica addosso, e non riconoscersi non vuol dire stare bene. Riconoscersi non è diagnosticarsi. Vuol dire che c'è qualcosa di cui vale la pena parlare con qualcuno.

Senti sollievo nello scoprire che questo ha un nome e una ragione biologica. Ma senti anche paura. Che qualcuno se ne accorga. Di dover smettere senza sapere come.

Vogliamo parlarti direttamente.

Non c'è niente di rotto in te.

Sei un corpo e una mente che non sempre riescono a stare insieme. Stai cercando equilibrio nel modo in cui il tuo cervello sa farlo adesso. Non è qualcosa che non va in te. È un modo di sopravvivere.

Smettere è possibile. Non da solo.

Se hai pensato "smetto domani", e domani il bisogno è tornato, non hai fallito. È perché il tuo cervello ha imparato che questo funziona.

Per cambiare, serve imparare altre strade. Serve esercizio. Serve uno spazio senza giudizio.

Cosa fare adesso.

Scrivi cosa senti prima di farlo. Dai un nome. "Ho una rabbia addosso", "Ho paura", "Mi sento invisibile". Spesso, appena lo nomini, il bisogno si abbassa.

Crea un kit di alternative. Non sostituiscono un percorso: servono a prendere tempo, e il tempo serve ad arrivare al momento in cui ne parli con qualcuno. Quello che funziona un giorno potrebbe non funzionare il giorno dopo, quindi conviene averne più di uno:

Impara a riconoscere il momento subito prima. Quello è il momento in cui puoi ancora scegliere.

Se ricadi, non hai fallito. Il tuo cervello ha memoria lunga.

Parla con qualcuno. Lo sappiamo che è la parte più difficile. Ma la solitudine amplifica tutto.


Se è qualcuno che ami

Magari l'hai scoperto per caso. Magari te l'ha detto. Magari l'intuisci da mesi.

Non urlare. Non dare la colpa. Non dire che è per attirare attenzione o che potrebbe essere peggio.

C'è una cosa che vale la pena sapere. In questa fascia d'età l'autolesionismo può diffondersi per imitazione, dentro una classe o dentro un gruppo online. Non vuol dire che chi lo fa "copia". Vuol dire che il comportamento circola come possibilità. Per questo conta il modo in cui se ne parla: senza entrare nei dettagli, e con attenzione a chi sta intorno.

Quello che puoi fare.

Mantieni la calma. La tua reazione lo riguarda quanto te. Se vede che tu non vai nel panico, a lui sembra già meno catastrofico.

Ascolta. Non per dare soluzioni immediate. Per capire. "Come ti senti quando arriva il bisogno?" "Quanto durano?" "Dopo, cosa ti aiuta?"

Offri qualcosa di preciso. Non "Sto sempre con te" (troppo vago). Ma "Andiamo a fare una cosa domani? Scelgo io". Oppure "Se senti il bisogno, mi scrivi".

Aiutalo a cercare aiuto professionale. Non aspettare che sia lui a chiedertelo. Puoi dire: "Conosco qualcuno che potrebbe essere bravo". O persino: "Credo davvero che un professionista ti aiuterebbe".

Impara a riconoscere il pericolo acuto:

Se vedi questi segnali, non è il momento di confidenze: chiama il 112 o il 118.


Come chiedere aiuto

Questo è il passo più difficile. Anche se tutto quello che hai letto risuona, rimane la domanda: come lo dico?

A un genitore.

Puoi mandare un messaggio scritto. "Mamma/Papà, mi autolesiono. Non so come dirlo a voce. Possiamo parlarne domani?"

Puoi scrivere un biglietto e lasciarlo sul tavolo.

Puoi parlarne durante un'attività (in macchina, mentre camminate) dove non dovete guardarvi negli occhi. È più facile così.

Se pensi che potrebbe reagire male, parla prima per conto tuo con uno psicologo. Telefono Azzurro (19696) può aiutarti a capire come dirlo.

Per conto tuo.

Chiedi alla scuola uno psicologo scolastico.

Contatta il tuo medico di base e chiedi una visita psichiatrica.

Vai a un consultorio pubblico (sono gratuiti, riservati, anche se minorenne).

Chiama Telefono Amico (02 2327 2327) per parlare anonimamente prima di fare un passo più grande.

Al primo colloquio, la verità basta.

"Mi autolesiono. Non so come smettere. Ho bisogno di aiuto".

Non devi venire con una storia perfetta. I professionisti sanno che è difficile.

Probabilmente ti chiederanno:

Ti parleranno di cosa è l'autolesionismo, perché accade, e di un percorso: psicoterapia, DBT (la terapia dialettico-comportamentale: lavora sulla regolazione delle emozioni e sulla tolleranza al disagio), farmaci se c'è anche depressione.

La terapia lavora proprio su questo. La DBT insegna come riconoscere l'emozione prima che esploda, come tollerare il dolore senza auto-ledersi, come stare in relazione anche quando è difficile.

Non è magico. È esercizio, come imparare uno sport. Un giorno, quando il bisogno arriva, la mano non va dove andava.


Non è questione di smettere

È nominarlo.

Con una persona. In un diario. Con un terapeuta.

Levarti il silenzio di dosso.

Se vuoi aiutare qualcuno: non si tratta di "convincerlo a smettere". È ascoltare senza giudicare.

L'autolesionismo non è una scelta consapevole.

È il corpo che dice: ho troppo male, e non ho altre parole.

Imparare nuove parole, nuovi modi di sopravvivere: è possibile.

E non è una strada da fare da soli.

Domande frequenti

Autolesionismo e suicidio sono la stessa cosa?

No, sono due cose diverse. Chi si fa del male senza volersi togliere la vita lo fa per regolare un dolore emotivo: è un modo di continuare a vivere, non di smettere. Diverse non significa però scollegate: chi si autolesiona ha un rischio più alto di arrivare, in seguito, a pensieri e tentativi di suicidio. Entrambe le cose vanno affrontate con un professionista, con percorsi diversi.

Perché mi autolesiono?

Non per debolezza o per attirare attenzione. Le ragioni che tornano più spesso sono quattro: regolare un'emozione troppo intensa, interrompere una sensazione di distacco, punirsi quando l'autocritica è molto severa, dire un dolore che non trova parole. Il cervello impara che funziona, ed è per questo che la sola forza di volontà non basta.

Come si smette di autolesionarsi?

Non da soli, e non in un giorno. Esistono percorsi psicoterapeutici specifici: il più solido è la DBT, la terapia dialettico-comportamentale, che lavora sulla regolazione emotiva e sulla tolleranza al disagio. Quando c'è anche depressione, si affianca spesso un supporto farmacologico. Il primo passo resta parlarne con qualcuno.

Come dico a un genitore che mi autolesiono?

Il modo esatto conta meno di quanto pensi. Puoi scrivere un biglietto, mandare un messaggio, parlarne in macchina dove non dovete guardarvi. La frase può essere semplice: "Mi autolesiono da un po'. Ho bisogno di aiuto. Non so come smettere." Se temi reazioni eccessive, puoi prima parlarne in forma anonima con Telefono Azzurro (19696) o uno psicologo scolastico, per trovare le parole e l'ordine giusto.

A Brescia, a Mindloft

Mindloft apre a Brescia a novembre 2026. Sull'autolesionismo lavoriamo dentro un'équipe multidisciplinare formata su DBT e sui protocolli con più evidenza tra chi lavora con under 25, in coordinamento con i colleghi psichiatri quando serve un affiancamento farmacologico. Il percorso resta dentro la stessa struttura anche dopo i 18 anni: chi viene da noi non viene "traghettato" ad altri professionisti. Si parte da un colloquio conoscitivo, online o al loft.

A Brescia il network associativo offre supporti complementari: Progetto Itaca per la reintegrazione, Telefono Amico Italia 02 2327 2327 per l'ascolto immediato, CoLab Torre Cimabue per i gruppi peer giovani. Mindloft lavora in continuità con questi spazi, non in alternativa.


Quello che senti è reale. E meriti aiuto. A Mindloft possiamo parlarne.

Articolo a cura della redazione Mindloft.

Se senti il bisogno adesso — numeri di aiuto

Chiamare questi numeri per dire che ti autolesioni non significa finire automaticamente al Pronto Soccorso. Sono lì per ascoltare, capire il rischio, aiutarti a pensare il passo dopo.

Fonti: International Society for the Study of Self-Injury, What is Self-Injury? (itriples.org) · American Psychiatric Association (2022), DSM-5-TR, Sezione III — "Condizioni che richiedono ulteriori studi": Autolesionismo non suicidario (criteri proposti, non un disturbo codificato) · Linehan, M.M. (1993), Cognitive-Behavioral Treatment of Borderline Personality Disorder, Guilford Press · Linehan, M.M. (2015), DBT Skills Training Manual, 2ª ed., Guilford Press · Swannell, S.V. et al. (2014), "Prevalence of nonsuicidal self-injury in nonclinical samples", Suicide and Life-Threatening Behavior 44(3):273-303 — prevalenza negli adolescenti 17,2% · Ribeiro, J.D. et al. (2016), "Self-injurious thoughts and behaviors as risk factors for future suicide ideation, attempts, and death: a meta-analysis of longitudinal studies", Psychological Medicine 46(2):225-236 — l'NSSI predice il tentativo di suicidio successivo con OR 4,27.

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