Sono le 13 quando apri gli occhi. Non perché la sera prima hai fatto tardi per divertirti: perché alle 4 di notte il sonno non arrivava, e a quell'ora dormire sembrava l'unica cosa sensata da fare.

Apri il telefono. Ci sono due annunci salvati da undici giorni. Li riapri. Li richiudi.

Tua madre passa davanti alla porta e non dice niente, ed è peggio di quando dice qualcosa.

Poi arriva il pranzo di Natale, o l'aperitivo con quelli del liceo, e c'è quella domanda. "E tu cosa fai adesso?" Hai preparato tre risposte diverse. Nessuna delle tre regge oltre la seconda frase.

Una categoria statistica, non un difetto di carattere

La sigla la conosci probabilmente già: NEET, Not in Education, Employment or Training, cioè chi non studia, non lavora, non è in formazione. È una definizione statistica nata per misurare un fenomeno, e l'Italia la conosce bene.

Nel 2025 la quota di NEET tra i 15 e i 29 anni in Italia è del 13,3%, sopra la media dell'Unione (11,0%), ma non più ai primi posti: davanti ci sono Romania (19,2%), Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,6%). E c'è un dato che vale la pena tenere: dal 2015 l'Italia ha registrato il calo più forte di tutta l'Unione, dal 25,7% al 13,3%.

Un'altra cifra, utile se hai vent'anni: il picco non è dove pensi. Nella fascia 25-29 anni la quota è 14,7%, tra i 20 e i 24 è 12,8%, tra i 15 e i 19 è 5,3%.

Resta un Paese in cui il passaggio dallo studio al lavoro è più lungo e meno guidato che altrove. Ma la traiettoria si sta muovendo, e si sta muovendo dalla parte giusta.

Questo dato, letto bene, dice una cosa che vale più di qualunque discorso motivazionale: non sei un'anomalia individuale. Sei dentro un fenomeno che riguarda centinaia di migliaia di persone come te.

Il che non ti toglie il problema. Ma lo mette nel posto giusto: una parte è tua, una parte non lo è. Trattare tutto come colpa personale è il primo errore, e paradossalmente è quello che paralizza di più.

Come ci si finisce

Non c'è un solo modo. Ce ne sono quattro ricorrenti, e spesso si sovrappongono.

Un percorso di studi che è andato male. Hai mollato l'università al secondo anno, o al terzo, o hai preso una laurea che non ti ha aperto niente. L'uscita non è stata una decisione: è stata un'evacuazione. E dopo non c'era un piano B, perché nessuno ti aveva mai detto che serviva.

Un'ansia che blocca prima della candidatura. Non è che non vuoi lavorare. È che aprire il portale, scrivere la mail, immaginare il colloquio produce un'attivazione che chiudi nell'unico modo che funziona subito: rimandando. Il sollievo dura un'ora. Il costo arriva domani.

Un umore basso che nessuno ha chiamato per nome. Dormi male, non provi piacere per niente, tutto costa il triplo. Da fuori sembra svogliatezza. Dentro è un motore che gira a un quarto dei giri. Molte persone scoprono di essere in una fase depressiva solo dopo mesi passati a rimproverarsi di essere fannulloni.

Un mercato che chiede esperienza a chi non può averla. Tre anni di esperienza per una posizione junior. Stage non pagati. Colloqui che non ricevono risposta. Non è una tua fantasia: è la struttura. E dopo la ventesima candidatura senza risposta, smettere di candidarsi è una risposta razionale a un sistema che non risponde.

Cosa non è

Non è pigrizia. "Fannullone" è una parola vecchia, comoda e sbagliata: descrive una scelta, e quasi nessuno sceglie questo. Se fosse una scelta, alle 4 di notte dormiresti.

Non "devi solo darti una mossa". Questo consiglio parte da un'ipotesi falsa: che tu abbia la motivazione a disposizione e non la usi. Dopo mesi di stallo la motivazione non c'è, e non arriverà da sola. È esattamente il motivo per cui la strada giusta è un'altra, e la vediamo tra poco.

Non è irreversibile. Il tempo fermo non è tempo perso in modo definitivo. Le traiettorie a vent'anni non sono lineari per quasi nessuno, e i percorsi che sembrano compatti visti da fuori, visti da dentro hanno quasi sempre un buco che nessuno racconta.

Non è "solo" un problema di lavoro. Restare fermi a lungo ha un costo sulla salute mentale che è documentato, e ignorarlo significa affrontare metà del problema.

Due cose che conviene sapere

Due punti fermi, e sono i due che servono.

Il primo dice che stare fermi fa male, e non è colpa tua se ti senti così. Tra le persone senza lavoro, chi sta psicologicamente male è circa il doppio rispetto a chi lavora. E, cosa più importante, seguendo le stesse persone nel tempo si vede che il peggioramento arriva dopo la perdita del lavoro, e si attenua quando si rientra: non è che stavi già peggio. È lo stare fermi che pesa.

Il secondo dice cosa fare. C'è una lettura dell'umore basso, semplice e solida: quando riduci le attività che ti davano qualcosa, l'umore scende; quando l'umore scende, riduci ancora le attività. È una spirale, e si può invertire solo da un lato, quello del comportamento. Rimettere in circolo le azioni, da solo, sposta l'umore quanto un percorso completo. Si chiama attivazione comportamentale, ed è una delle cose più replicate che si conoscano. Una precisazione onesta: il principio arriva dal lavoro sull'umore basso in generale, non da chi è fermo dopo l'università. Ma il meccanismo che descrive è lo stesso.

La conclusione operativa è controintuitiva e va detta chiara: prima l'azione, poi la motivazione. Non il contrario. Aspettare di sentirsi pronti è la strategia che garantisce di restare fermi, perché la sensazione di essere pronti è un effetto dell'azione, non la sua condizione.

Perché a quest'età fa così male

Perché in Italia l'identità sociale passa dalla domanda "che lavoro fai" più che in quasi ogni altro Paese europeo. A vent'anni non hai ancora altro con cui rispondere: non hai un mestiere, non hai una casa, non hai una famiglia tua. Quella domanda ti prende esattamente nel punto in cui non hai risposte, e lo fa in pubblico, a tavola, davanti a persone che hanno risposte.

E poi perché a Brescia, città in cui il lavoro è quasi una lingua, con un tessuto di oltre centomila imprese e una cultura in cui "cosa fai" viene prima di "come stai", il peso sociale dello stare fermi è particolarmente alto. Chi si trova in questa condizione, qui, non porta solo la sua difficoltà: porta anche la vergogna di portarla in un posto dove tutti sembrano lavorare.

La vergogna, però, è la variabile che fa più danno di tutte. Perché ti fa sparire dai posti in cui potresti incontrare qualcuno che ti apre una porta. Chi si vergogna esce meno. Chi esce meno trova meno.

Cosa puoi iniziare a fare stasera

Un'ora al giorno, a orario fisso. Non otto. La settimana da 40 ore la stai già evitando da mesi: non riproporla. Scegli un'ora, per esempio dalle 10 alle 11, e mettila in calendario per i prossimi 7 giorni. In quell'ora si fa una cosa sola legata al reinserimento. Poi finisce. Il resto della giornata non deve essere produttivo. Il punto non è la quantità: è la ripetizione a orario fisso, che è ciò che ricostruisce il ritmo.

Micro-obiettivi da 20 minuti, scritti la sera prima. "Cercare lavoro" non è un obiettivo: è una nuvola, e le nuvole si evitano. "Aprire il portale del Centro per l'Impiego e leggere tre annunci" è un obiettivo. "Scrivere le prime tre righe della mail" è un obiettivo. Il criterio: deve essere talmente piccolo che ti sembri quasi ridicolo non farlo. È il punto in cui l'attivazione comportamentale funziona.

Sposta l'ora di sveglia, non l'ora di andare a letto. Se ti addormenti alle 4, non provare ad andare a letto alle 23: non ci riuscirai, e sarà solo un'altra cosa in cui hai fallito. Fissa la sveglia, la stessa ogni giorno, ed esci di casa entro un'ora dal risveglio, anche solo per 15 minuti di luce naturale. Il sonno si aggiusta dal mattino, non dalla sera.

Metti in agenda una cosa non produttiva ma fuori casa. Una partita, un corso, un volontariato, una biblioteca, una palestra. Non "quando avrò trovato lavoro". Adesso. Chi resta fermo perde due cose insieme: il reddito e il contatto. La seconda, spesso, è quella che riapre la prima, perché la maggior parte delle opportunità, in una città come Brescia, passa ancora dalle persone.

Prepara una risposta unica alla domanda che temi. Una frase, corta, che dici sempre uguale. "Sto cercando, sto riorganizzandomi, per ora non ho novità." Punto. Non spiegazioni, non scuse, non giustificazioni. Averla pronta toglie all'aperitivo il potere di rovinarti la settimana.

Tieni traccia dell'azione, non del risultato. Segna quante volte hai fatto l'ora, non quante risposte hai ricevuto. Le risposte non dipendono da te; le ore sì. Contare quello che controlli è l'unica misura che, mentre sei fermo, non ti demolisce.

Quando chiedere aiuto

Ha senso parlarne con un professionista in queste situazioni.

Se i pensieri sono sul non esserci più, c'è qualcuno da chiamare adesso

Non serve essere in emergenza per chiamare. Serve solo che il pensiero ci sia.

  • Telefono Amico Italia — 02 2327 2327, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
  • Samaritans Onlus — 800 86 00 22, tutti i giorni dalle 13 alle 22.
  • Telefono Azzurro — 19696, 24 ore su 24, gratuito, se hai meno di 18 anni.
  • 112 o il Pronto Soccorso, se il pericolo è immediato.

Domande frequenti

Cosa significa NEET?

È l'acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training: chi, in una certa fascia d'età, non studia, non lavora e non sta seguendo un percorso di formazione. È una categoria statistica, non una diagnosi e non un giudizio. Serve a misurare un fenomeno, non a definire una persona.

Essere NEET vuol dire essere pigri?

Quasi mai. La pigrizia è una spiegazione che sembra semplice e non regge alla prova dei fatti: quasi nessuno sceglie di stare fermo. Nella maggior parte dei casi dietro c'è un percorso di studi interrotto, un'ansia che blocca prima ancora della candidatura, un umore basso che non è stato riconosciuto, o un mercato che chiede esperienza a chi non ha modo di averla.

Perché più tempo passa e più è difficile ricominciare?

Perché ogni giorno di rinvio abbassa la fiducia e alza la posta. La candidatura diventa più spaventosa, il buco nel curriculum più difficile da spiegare, la domanda "e tu cosa fai?" più insopportabile. Il rinvio dà sollievo immediato e costa il giorno dopo: è lo stesso meccanismo che regge tutti gli evitamenti.

Come si riparte, concretamente?

Con l'attivazione comportamentale: prima l'azione, poi la motivazione. Non aspettare di sentirti al punto giusto, perché quel momento non arriva da solo. Si comincia da azioni piccole, definite e messe a orario fisso: un'ora al giorno di lavoro strutturato, non otto.

Quando dietro c'è qualcosa di clinico?

Quando il blocco è accompagnato da umore basso persistente, sonno invertito, ritiro sociale, incapacità di provare piacere, oppure quando l'idea stessa di uscire di casa o di parlare con qualcuno provoca ansia intensa. In questi casi il tema non è più organizzarsi meglio: è che c'è un quadro che si può trattare, e che va trattato prima del curriculum.

A Brescia, a Mindloft

Mindloft apre a Brescia a novembre 2026. Lavoriamo solo con chi ha meno di 25 anni, con un'équipe multidisciplinare che si confronta ogni settimana sui percorsi, e con continuità garantita fino ai 25 anni: chi compie 18 resta con noi. Su questo tema lavoriamo su due piani insieme: quello clinico, quando sotto c'è ansia o umore basso, e quello concreto dell'attivazione, perché ricostruire un ritmo è un obiettivo terapeutico, non un consiglio di buonsenso. Si parte da un colloquio conoscitivo, online o al loft.


Se hai riconosciuto la sveglia alle 13, i due annunci salvati e la domanda del pranzo di Natale: quello che ti manca non è la forza di volontà. È un punto da cui ripartire che sia abbastanza piccolo da poterlo fare davvero. Possiamo costruirlo insieme.

Articolo a cura della redazione Mindloft. Fonti verificate su letteratura primaria il 17 luglio 2026.

Fonti: Eurostat (2026), "Fewer young people not in work or education in 2025", dataset edat_lfse_20 — NEET 15-29 anni, dati 2025: Italia 13,3%, UE 11,0% · Paul & Moser (2009), Journal of Vocational Behavior 74(3):264-282 — 324 studi · Lewinsohn (1974), "A behavioral approach to depression", in Friedman & Katz (a cura di), The Psychology of Depression: Contemporary Theory and Research, Wiley, pp. 157-178 · Jacobson et al. (1996), Journal of Consulting and Clinical Psychology 64(2):295-304 · Cuijpers, van Straten & Warmerdam (2007), Clinical Psychology Review 27(3):318-26 — 16 RCT, n=780.

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