Tua figlia di 14 anni ha mal di pancia ogni lunedì mattina. Il pediatra non trova niente. Verso le tre del pomeriggio sta bene.

Ha cambiato la strada per andare a scuola, e quando le hai chiesto perché ha detto "così". Il telefono, che prima non mollava, adesso lo lascia in giro spento. E due amiche che venivano a casa tutti i sabati non le nomina più.

Non ti ha detto niente. Quasi nessun ragazzo lo dice: non perché non si fidi di te, ma perché teme che tu peggiori tutto. E perché a quattordici anni la vergogna di essere quello preso di mira è quasi peggio di quello che subisce.

Cosa è bullismo (e cosa invece è un conflitto)

La distinzione non è accademica: è quella che ti dice cosa fare.

Il bullismo si definisce per la presenza simultanea di tre elementi. È la definizione di Dan Olweus, il ricercatore che ha fondato lo studio del fenomeno:

  1. Asimmetria di potere. Chi agisce è più forte, più popolare, più numeroso. Chi subisce non può difendersi ad armi pari.
  2. Intenzionalità. L'obiettivo è far male, umiliare, escludere. Il danno è il punto, non un effetto collaterale.
  3. Ripetizione nel tempo. Non un episodio: un pattern.

Se ne manca uno (due ragazzi litigano da pari, una volta, per un motivo) è un conflitto tra pari: fa parte della vita e si affronta insegnando a gestirlo.

Perché conta. Al conflitto si risponde con la mediazione. Al bullismo no: mettere vittima e aggressore allo stesso tavolo per "chiarirsi" tratta come simmetrico un rapporto che simmetrico non è, e chiede alla vittima di negoziare con chi le fa male. La scuola che propone una mediazione tra bullo e vittima sta usando in buona fede lo strumento sbagliato: è utile saperlo, e dirlo con garbo.

I segnali indiretti (perché quelli diretti non arrivano)

Il tuo problema, da genitore, è che non te lo diranno. Devi leggere altro.

Un solo elemento non dimostra niente. La convergenza di tre o più, per settimane, merita di essere guardata.

Perché il cyberbullismo pesa di più

Non è "bullismo con il telefono". È strutturalmente diverso.

Non finisce alla campanella. Il bullismo tradizionale aveva una geografia: un posto dove succedeva e uno dove non succedeva. Casa era il posto dove non succedeva. Il cyberbullismo entra in camera da letto alle undici di sera. Non c'è più nessun luogo sicuro.

Il pubblico è potenzialmente infinito. Un'umiliazione in classe la vedono venti persone. Uno screenshot in un gruppo la vedono quattrocento. La vergogna, a quindici anni, scala con il pubblico.

Resta scritto. Non è un ricordo: è un file. Può riemergere tra sei mesi, in un'altra scuola. La vittima lo sa, e vive nell'attesa.

Non è solo un ragionamento strutturale: il dato lo conferma. Le ricerche che hanno messo insieme decine di studi trovano un legame costante tra quello che si subisce online e il malessere psicologico, soprattutto stress e pensieri suicidari. E chi subisce cyberbullismo risulta esposto a quei pensieri più di chi subisce bullismo tradizionale.

Ecco perché il bullismo non è una questione di carattere. È una questione di salute.

Cosa NON fare

Sono le mosse che quasi tutti i genitori fanno. E peggiorano la situazione.

Non contattare direttamente i genitori del bullo. È l'istinto più forte e l'errore più costoso. Tre effetti prevedibili: la famiglia si mette sulla difensiva ("mio figlio non farebbe mai"), chi agisce il bullismo si vendica su tuo figlio per averlo fatto scoprire, e tu hai bruciato il canale formale, la scuola, prima ancora di usarlo.

Non dire "reagisci", "fatti valere". Suona come un incoraggiamento, arriva come un giudizio: sei debole, e la colpa è tua che non ti difendi. Ed è pericoloso: in un rapporto asimmetrico, reagire espone tuo figlio a conseguenze peggiori. E spesso a un provvedimento disciplinare, perché chi reagisce è quello che si vede.

Non togliere il telefono come prima mossa. È la punizione della vittima: gli toglie il contatto con le poche persone che lo sostengono e cancella le prove che ti serviranno.

Non minimizzare. "Sono ragazzate", "ignoralo e passerà". Ignorare, in un rapporto di potere asimmetrico, non funziona: il bullismo si ferma quando cambia l'ambiente, non quando la vittima fa finta di niente.

Non agire alle sue spalle. Puoi non chiedere il permesso: sei il genitore. Ma devi dargli l'informazione: altrimenti perde l'ultima cosa che gli era rimasta, il controllo su quello che gli succede.

La strada che funziona

Quattro passi, in ordine.

1. Documenta

Prima di qualunque telefonata. Screenshot con data e ora visibili, messaggi, nomi, testimoni, episodi con giorno e luogo. Senza documentazione, ogni segnalazione diventa "la sua parola contro la loro".

2. Passa dalla scuola, formalmente

Non un discorso al volo con la professoressa all'uscita: una richiesta scritta di colloquio al dirigente scolastico, con i fatti documentati allegati.

La Legge 71/2017 (art. 4, c. 3) obbliga ogni istituto a individuare fra i docenti un referente per il contrasto al cyberbullismo e a dotarsi di procedure di prevenzione. Nel 2024 la Legge 70/2024 ha esteso il quadro anche al bullismo non digitale: definizione di legge, obblighi nuovi per le scuole (codice interno, tavolo permanente di monitoraggio), poteri del dirigente anche sugli episodi che non passano da uno schermo, sostegno psicologico. Lo strumento di oscuramento dei contenuti, invece, resta specifico dell'online. Ma tutto il resto oggi copre anche quello che succede in corridoio.

Chiedi esplicitamente chi è il referente del suo istituto: hai diritto di saperlo, e nominarlo cambia il registro della conversazione.

La scuola non è il tuo avversario: è l'unica ad avere poteri veri sul gruppo classe. Il tuo obiettivo non è una punizione: è che cambi l'ambiente, perché è l'ambiente che permette al bullismo di continuare.

3. Segnala alle piattaforme

Tutte le piattaforme principali hanno una procedura di segnalazione e rimozione. In più, la Legge 71/2017 (art. 2) prevede che il minore che ha compiuto 14 anni, o il genitore, possa chiedere direttamente al gestore l'oscuramento, la rimozione o il blocco dei contenuti.

Due dettagli fanno la differenza tra un'istanza che funziona e una che si perde:

4. Nei casi gravi, la Polizia Postale

Minacce, diffusione di immagini intime, ricatti, stalking, istigazione a farsi del male: qui non si tratta più di un problema scolastico, ma di reati. La Polizia Postale ha un canale dedicato alle segnalazioni online (commissariatodips.it) ed è presente sul territorio, Brescia compresa.

Una precisazione che conta: la segnalazione sul portale non è una denuncia né una querela. Serve a far arrivare l'informazione, ma per formalizzare bisogna andare di persona in un ufficio della Polizia Postale. È la documentazione del passo 1 a rendere utili entrambe le cose.

E se fosse tuo figlio a fare il bullo?

Se la scuola ti dice che tuo figlio di 15 anni è tra quelli che prendono di mira qualcuno, la prima reazione sarà difenderlo. È umana. Ed è la reazione che gli fa più male.

Non è "carattere forte". Nel follow-up a lungo termine dello studio Great Smoky Mountain, chi aveva agito bullismo senza subirlo mostrava da adulto un rischio aumentato di disturbo antisociale di personalità, non di ansia o depressione. Gli esiti peggiori riguardavano invece chi era stato vittima, e soprattutto chi era stato sia vittima sia autore. Non è il vincente della storia: è un ragazzo con un problema che ha trovato un modo pericoloso di scaricarlo. Dietro c'è quasi sempre rabbia che non sa gestire, un'umiliazione subita altrove, un bisogno disperato di status.

Vale la pena tenere a mente quell'ultimo dato, perché ribalta una convinzione diffusa: la categoria che sta peggio non è quella dei bulli, è quella di chi ha subito. E di chi ha subito e poi ha fatto subire.

Punire e basta non basta: sposta il comportamento, non lo cambia. Serve una conseguenza chiara (che applichi tu), una riparazione concreta verso chi ha subito, e uno sguardo clinico sul perché.

Un genitore che accompagna il figlio a guardare quello che ha fatto, senza distruggerlo e senza coprirlo, sta facendo il lavoro più difficile che esista. E il più utile.

Quando chiedere aiuto

Un supporto clinico serve (non "invece" della scuola, ma insieme a essa) quando:

  1. il rifiuto di andare a scuola si è consolidato: non è un lunedì, sono settimane;
  2. l'umore è cambiato in modo stabile: tristezza, irritabilità, apatia che non passano;
  3. il sonno è compromesso da più di un mese;
  4. parla di sé con disprezzo sistematico ("faccio schifo", "è colpa mia");
  5. si è isolato del tutto, anche dalle persone che non c'entrano;
  6. compaiono segni sul corpo, o frasi su volersi fare del male o "sparire": qui non si aspetta;
  7. la situazione a scuola si è risolta, ma lui non è tornato quello di prima.

Sull'ultimo punto una precisazione: la fine degli episodi non coincide con la fine del danno. Un'ansia sociale che comincia in seconda media può presentarsi a 19 o 20 anni, e spesso nessuno se n'è occupato perché "poi era passata".

Domande frequenti

Come faccio a capire se mio figlio subisce bullismo, se non me lo dice?

Quasi nessun ragazzo lo dichiara: la vergogna e la paura che tu peggiori le cose sono più forti. Si guardano i segnali indiretti: mal di pancia la mattina che sparisce nel pomeriggio, richieste di stare a casa, cambi di percorso per andare a scuola, materiale che si "perde", telefono nascosto o improvvisamente abbandonato, sparizione di un gruppo di amici.

Qual è la differenza tra un litigio e il bullismo?

Tre elementi insieme: asimmetria di potere, intenzionalità e ripetizione nel tempo. Un litigio tra pari è simmetrico, episodico, ha una causa. La distinzione conta: al conflitto si risponde con la mediazione, al bullismo no. Far "chiarire" vittima e aggressore tratta come simmetrico un rapporto che non lo è.

Posso parlare direttamente con i genitori del bullo?

È la mossa più istintiva e quasi sempre la peggiore. Produce difesa e negazione, ritorsione contro tuo figlio, e ti fa perdere il canale formale, la scuola, che è l'unico dotato di strumenti reali sul gruppo classe. Documenta e passa dall'istituzione.

Cosa dice la legge in Italia sul cyberbullismo?

La Legge 71/2017 obbliga ogni scuola ad avere un referente per il contrasto al cyberbullismo e piani di prevenzione. Il minore che ha compiuto 14 anni, o il genitore, può chiedere al gestore della piattaforma la rimozione o l'oscuramento dei contenuti indicando l'URL preciso; se il gestore non risponde nei tempi di legge (24 e 48 ore), ci si rivolge al Garante privacy. Dal 2024 la Legge 70/2024 estende gran parte di questa tutela anche al bullismo che non passa da uno schermo.

E se fosse mio figlio a fare il bullo?

Punire e basta non riduce il comportamento: lo sposta. E non è "carattere forte": chi agisce bullismo senza subirlo mostra da adulto un rischio più alto di problemi antisociali, mentre gli esiti peggiori restano quelli di chi ha subito, e di chi ha subito e poi fatto subire. Serve una conseguenza chiara, una riparazione concreta verso chi ha subito, e uno sguardo clinico su cosa c'è sotto.

A Brescia, a Mindloft

Mindloft apre a Brescia a novembre 2026: un loft con cinque studi, dedicato a chi ha meno di 25 anni. Sul bullismo lavoriamo su due fronti che di solito restano separati: il ragazzo, con l'ansia sociale, l'umore, la vergogna, e la famiglia, che nel frattempo deve gestire una scuola, un regolamento, a volte un avvocato.

Si parte da un colloquio conoscitivo, online o al loft: può farlo anche solo un genitore. L'équipe è multidisciplinare e la presa in carico continua fino a 25 anni. Non è un dettaglio, perché il conto del bullismo molto spesso si presenta anni dopo. Non lavoriamo contro la scuola: stiamo a fianco degli istituti bresciani, in dialogo con i loro referenti.


Se stai leggendo con in mano uno screenshot che non sai a chi mostrare, il primo passo l'hai già fatto: hai smesso di dirti che passerà. Parliamone.

Articolo a cura della redazione Mindloft. Fonti verificate su letteratura primaria il 17 luglio 2026.

Numeri e canali utili

Fonti: Olweus (1993), Bullying at School: What We Know and What We Can Do, p. 9 — definizione e tre criteri · Kowalski, Giumetti, Schroeder & Lattanner (2014), Psychological Bulletin — metanalisi su cyberbullismo e salute mentale · van Geel, Vedder & Tanilon (2014), JAMA Pediatrics — metanalisi su vittimizzazione tra pari, cyberbullismo e ideazione suicidaria · Copeland, Wolke, Angold & Costello (2013), JAMA Psychiatry — Great Smoky Mountain Study, esiti adulti di vittime, bulli e bully-victims · Legge 71/2017 (artt. 2 e 4) · Legge 70/2024 — estensione al bullismo non digitale.

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