Solitudine a 18-25 anni: perché si può essere circondati e sentirsi soli

In breve La solitudine, nella pratica clinica, è distinta dall'isolamento: l'isolamento è oggettivo (pochi contatti reali), la solitudine è soggettiva (il divario tra le connessioni che hai e quelle che vorresti). Si può essere molto connessi e sentirsi profondamente soli (Hawkley & Cacioppo, 2010). Tra i giovani adulti i livelli sono oggi ai massimi registrati: il 61% degli under 25 riporta "seri" livelli di solitudine (Harvard Making Caring Common, 2021). I costi sono misurati: sintomi ansiosi e depressivi più alti, sonno peggiore, in fasce adulte una mortalità comparabile a fumare 15 sigarette al giorno (Holt-Lunstad, 2015). Si affronta con conversazioni di qualità, gruppi stabili, e — quando persiste — con un percorso clinico.

Sei a una festa. Hai gente intorno. Stai ridendo a una battuta. Per un secondo guardi la scena dall'esterno, come se non ci fossi dentro, e pensi: sono solo qui.

Torni a casa. Hai messaggi non letti in tre gruppi, un paio di chat personali, mezzo Instagram da aggiornare. Le apri tutte, rispondi a tre, non rispondi ad altrettante. Alle una di notte ti giri nel letto e ti torna la stessa sensazione di prima: sono solo.

Non sei isolato. Hai amici. Hai una famiglia. Hai persone che ti vogliono bene. Questo rende la sensazione più confusa. Ti dici che non dovresti sentirti così. Che "è un'idea". Che forse sei esagerato. Però, la sera, quella distanza torna — e non se ne va solo perché razionalmente sai di essere circondato.

Quello che stai vivendo è un'esperienza precisa, studiata, con un nome. A Brescia come in qualunque altra città italiana, tra i 18 e i 25, è uno dei quadri più comuni — e più silenziosi.

Solitudine e isolamento non sono la stessa cosa

Nella pratica clinica si distingue tra due cose molto diverse.

Isolamento sociale: oggettivo, misurabile dal numero e dalla qualità dei contatti. Si può rilevare contando.

Solitudine: soggettivo, misurabile solo da te, definito come la distanza tra le connessioni che hai e quelle che sentiresti di voler avere. Si può essere isolati e non sentirsi soli. Si può essere molto connessi, e sentirsi costantemente soli.

Fonte: Hawkley & Cacioppo (2010), Annals of Behavioral Medicine.

Quello che la ricerca mostra da vent'anni, e che gli ultimi dati hanno reso più netto, è che la solitudine nei giovani adulti è oggi a livelli che in nessun'altra epoca sono stati documentati.

Cosa non è

Solitudine non è:

È una specifica sensazione: il divario tra come vorresti essere visto, capito, conosciuto — e come ti senti effettivamente visto, capito, conosciuto. Il divario può essere largo anche in una vita piena di persone.

Come si riconosce

Conta. Da quattro in su siamo dentro il pattern.

Hai molte interazioni di superficie e poche conversazioni vere.

Dopo una giornata sociale intensa — pranzo con amici, aperitivo, serata fuori — torni a casa e ti senti più vuoto di prima.

Ci sono persone a cui ti fai vedere allegra/o anche quando non lo sei. Perché hai paura di "pesare".

Non sai bene a chi telefoneresti se ti succedesse una cosa brutta stasera.

Nei gruppi, nei chat collettive, nei social, sei presente ma spesso hai la sensazione di recitare una parte.

Quando qualcuno ti chiede "come stai?", rispondi "bene" in automatico — e solo dopo, in bagno, ti accorgi che non era vero.

Ti capita di pensare che le persone con cui sei oggi siano un ripiego rispetto alle persone che avevi una volta.

Hai amici di lunga data con cui però non parli più di cose profonde. Ti limiti agli aggiornamenti.

Stai molto sul telefono la sera, ma non per parlare con qualcuno di preciso. Scrolli.

Senti una nostalgia di qualcosa che non sai bene nominare.

Il dato che conviene sapere

Per decenni la solitudine è stata pensata come un problema degli anziani. Gli anni 2020 hanno cambiato il quadro. Le indagini più recenti mostrano un'inversione: la fascia d'età con i livelli più alti di solitudine dichiarata è quella dei giovani adulti.

In uno studio condotto su oltre 950 persone rappresentative della popolazione USA, il 61% dei giovani tra i 18 e i 25 ha riportato livelli "seri" di solitudine (Harvard Graduate School of Education, Making Caring Common Project, 2021).

In Italia i dati sono più frammentati, ma coerenti. Indagini ISTAT e studi universitari italiani confermano livelli di solitudine sopra la media europea nella fascia 15-24, con un ulteriore salto post-pandemico. A Brescia, città universitaria con una forte componente fuori sede, il tema è particolarmente acceso.

Perché succede, a 18-25

Cambi di ambiente frequenti. Tra i 18 e i 25 molti di noi attraversano almeno una di queste: cambio di scuola, di città, di università, di casa, di gruppo di amici, di relazione. Ogni cambiamento richiede tempo per ricostruire relazioni profonde — tempo che spesso non è dato.

Le connessioni "digitali" hanno sostituito quelle di prossimità. Oggi la maggior parte dei messaggi che mandi e ricevi passano da uno schermo. Le connessioni online possono essere reali — non sono "meno vere" — ma alcune componenti della connessione umana (contatto fisico non sessuale, sincronizzazione non verbale, presenza silenziosa) non si replicano. Se la tua dieta relazionale è composta al 90% da messaggistica, è una dieta sbilanciata.

La performance sociale è aumentata. Instagram, LinkedIn, TikTok sono vetrine. Anche nelle chat private c'è una soglia crescente di cura estetica — la foto giusta, il tono divertente, il vocale spiritoso. Quello che passa tra le persone oggi è più curato. E meno onesto. La connessione vera richiede di farsi vedere un po' sgualciti — e se tutta l'architettura sociale premia chi si presenta lucido, la parte sgualcita resta sotto.

La pandemia ha lasciato tracce su una coorte specifica. Chi oggi ha tra i 18 e i 25 era tra i 12 e i 19 durante il 2020-2021. Anni chiave per la formazione delle relazioni di amicizia adulte. Gli studi di coorte su questi anni mostrano deficit residui di competenze sociali in una quota non piccola — deficit che si ricostruiscono, ma non automaticamente (Ganson et al., 2021, Journal of Adolescent Health).

Il lavoro di costruzione delle amicizie adulte nessuno te lo ha insegnato. A dieci anni, le amicizie si formavano in automatico: scuola, cortile, quartiere. A venti, fare nuove amicizie richiede un'intenzionalità attiva — iscriversi a cose, presentarsi, proporsi, accettare inviti. È un muscolo. Se non l'hai mai allenato, è atrofizzato. Non è colpa tua, ma è un lavoro tuo.

I costi misurati

La solitudine non è solo un'esperienza spiacevole. È un fattore di rischio. Le meta-analisi su dati aggregati di decine di in clinica si osserva che livelli alti e persistenti di solitudine si associano a:

Fonte: Holt-Lunstad, Smith, Baker, Harris & Stephenson (2015), Perspectives on Psychological Science — meta-analisi su 70 studi, oltre 3,4 milioni di partecipanti.

Cosa puoi iniziare a fare stasera

Nessuna formula magica. Cinque strategie con evidenza.

Guarda quello che hai — diversamente. Spesso la solitudine non è assenza di persone, è sottoutilizzo delle persone che ci sono. Prendi la tua rubrica o la lista chat. Segna 5 nomi di persone con cui non parli da più di due mesi e con cui, al di là di tutto, stai bene. Mandane uno oggi — un messaggio semplice, senza grandi introduzioni. "Ciao, è che mi sono ricordato di te. Come stai?".

Cerca una conversazione di qualità ogni settimana. Un'ora vera con una persona. Non al bar di gruppo, non in chat, non sui social. Una camminata, una chiamata lunga, un caffè a due. Il tuo sistema, dopo una conversazione così, sta diversamente per giorni. Negli studi, la frequenza di conversazioni di qualità è un predittore di benessere più forte della quantità totale di interazioni.

Fonte: Milek, Butler, Tackman, Kaplan, Raison, Sbarra, Vazire & Mehl (2018), Psychological Science.

Iscriviti a qualcosa con una cadenza fissa. Gruppo sportivo, coro, volontariato, scacchi, rugby, corso, qualsiasi cosa. La condizione è una sola: deve avere un'appartenenza ripetuta — lo stesso gruppo, lo stesso giorno della settimana. Le amicizie adulte nascono per esposizione ripetuta a gruppi stabili, più che per eventi singoli. A Brescia e provincia esistono decine di realtà associative con attività settimanali per under 25 — non è un deserto, richiede un passo di cercarle.

Riduci lo scroll passivo, aumenta la comunicazione attiva. Nel tempo che spenderesti a scrollare contenuti, manda tre messaggi — anche brevi — a tre persone diverse. Non post pubblici: messaggi diretti.

Chiama un familiare con cui ti senti al sicuro. Non un obbligo settimanale di WhatsApp con un parente di cui non sai che dire. Una persona specifica, se c'è, con cui sai che la conversazione ti farà stare meglio.

Quando chiedere aiuto

La solitudine moderata e transitoria è comune e si affronta con consapevolezza ed esercizio relazionale.

Ha senso parlarne con un professionista in alcune situazioni.

Se è da più di sei mesi e non ha cenno di spostarsi anche quando i contesti cambiano.

Se sta generando un ritiro attivo: eviti inviti, rinunci a uscire anche quando in astratto ti piacerebbe, rimandi contatti che un tempo curavi.

Se insieme alla solitudine senti tristezza persistente, sonno rotto, perdita di piacere in cose che prima ti piacevano.

Se le tue relazioni hanno un pattern — sempre sbilanciate, sempre in cui sei tu a dare, sempre con persone che ti fanno sentire solo anche quando sono lì. In quel caso il lavoro non è "trovare più gente", è capire perché le persone che scegli non ti nutrono.

Se la solitudine si è sovrapposta a una storia precedente di lutto, rottura importante, emigrazione, difficoltà familiari.

Se ti accorgi che hai smesso di credere di poter essere vicino a qualcuno.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra solitudine e isolamento?

L'isolamento è oggettivo: pochi contatti reali, misurabili in numero. La solitudine è soggettiva: è il divario che senti tra le connessioni che hai e quelle che vorresti (Hawkley & Cacioppo, 2010). Si può essere molto connessi e soli.

I giovani sono davvero più soli degli anziani?

Sì, nei dati recenti. L'indagine Making Caring Common (Harvard 2021) ha trovato che il 61% degli under 25 statunitensi riporta livelli "seri" di solitudine — la fascia d'età con il valore più alto. I dati italiani sono frammentari ma coerenti con il trend internazionale.

Come si esce dalla solitudine?

Non con più gente, ma con gente diversa — o con la stessa gente in modo diverso. Funzionano conversazioni di qualità settimanali (una per settimana, un'ora), iscrizione a gruppi con cadenza fissa (sport, corsi, volontariato), riduzione dello scroll passivo, messaggi attivi a persone specifiche invece di post pubblici.

La solitudine fa male alla salute?

Sì, in modo misurabile. Meta-analisi Holt-Lunstad et al. (2015) su 70 studi e oltre 3,4 milioni di partecipanti mostra che alti livelli e persistenti di solitudine si associano a più sintomi ansiosi e depressivi, sonno peggiore, cortisolo basale più alto, e — in fasce adulte — a un aumento della mortalità comparabile a fumare 15 sigarette al giorno.

A Brescia, a Mindloft

Brescia è anche una città di arrivo: molti studenti e lavoratori under 25 vi si trasferiscono. La solitudine del fuori sede, del cambio di contesto, del primo anno fuori casa è una delle presentazioni più frequenti nel clinico. Mindloft apre a Brescia nell'autunno 2026: con uno spazio pensato anche come community (i Loft Connections) — la dimensione del gruppo di pari è parte del modello clinico, non accessorio.

A Brescia il network associativo offre supporti complementari: CoLab Torre Cimabue per i gruppi peer giovani, Fraternità Giovani per l'accompagnamento educativo, oratori e scout AGESCI per i contesti relazionali strutturati. Mindloft lavora in continuità con questi spazi, non in alternativa.


Se la solitudine che senti è più fissa e più vecchia di quanto pensavi, a Mindloft possiamo parlarne. La solitudine non si cura "facendo amicizia". Si cura capendola. Poi, di nuovo, facendo amicizia — con il passo giusto.

Articolo a cura della Direzione Clinica Mindloft. Ultima revisione clinica: 23 aprile 2026.

Fonti: Hawkley & Cacioppo (2010), Annals of Behavioral Medicine · Harvard Making Caring Common Project (2021) · Holt-Lunstad et al. (2015), Perspectives on Psychological Science · Milek et al. (2018), Psychological Science · Ganson et al. (2021), Journal of Adolescent Health.

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